Il culto della Grande Madre risale al Neolitico e forse addirittura al Paleolitico, se si leggono in questo senso le numerose figure femminili steatopigie (c.d. "Veneri") ritrovate in tutta Europa, di cui naturalmente non conosciamo il nome.
Lungo le generazioni, con gli spostamenti di popoli e la crescita di complessità delle culture, le "competenze" della Grande Madre si moltiplicarono in diverse divinità femminili. Per cui la Grande Dea, pur continuando ad esistere e ad avere culti propri, assumerà personificazioni distinte, per esempio, per sovrintendere all'amore sensuale (Ishtar-Astarte-Afrodite pandemia-Venere), alla fertilità delle donne (Ecate triforme, come 3 sono le fasi della vita), alla fertilità dei campi (Demetra / Cerere e Persefone / Proserpina), alla caccia (Artemide-Diana).
Inoltre, siccome il ciclo naturale delle messi implica la morte del seme, perché esso possa risorgere nella nuova stagione, la grande dea è connessa anche a culti legati al ciclo morte-rinascita e alla Luna, che da sempre lo rappresenta (i più arcaici di questi riti sono riservati alle donne, come quello di Mater Matuta o della Bona Dea).
Il cerchio è pertanto simbolo della Madre in parte perché rappresentazione del ciclo vitale, in parte perché il serpente che si morde la coda formando un cerchio è simbolo di morte e di rinascita ( di qui appunto la dei cretese dei serpenti) in parte in quanto stilizzazione del ventre pregno della madre.
La scritta in latino è stata realizzata con il filo di ferro, letteralmente cucito sulla tela: così come il chirurgo “cuce” la madre dopo il parto. Un’esperienza grandiosa di onnipotenza creatrice e vivificante e un’esperienza di grande dolore e di morte sulla croce. Nella psicologia di Jung infatti la Grande Madre è una delle potenze numinose dell'inconscio, un archetipo di grande ed ambivalente potenza, distruttrice e salvatrice, nutrice e divoratrice
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